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Sci, stagione "mozzata" dal coronavirus

Una riflessione (e una fotografia) sulle difficoltà delle stazioni sciistiche monregalesi

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Sci, stagione "mozzata" dal coronavirus

Pratonevoso con la neve sulle piste, ma deserta

MONREGALESE - Lo stesso sole forte che già ha illuminato il sabato ora risplende su una domenica di silenzio. Domenica 29 Marzo 2020. Un silenzio rigoroso e rispettoso per quello che sta succedendo in tutt’Italia e in tutto il mondo, un silenzio che, d’inverno, nelle stazioni sciistiche, suona ancora più cupo. Sulle piste da sci c’è neve, tanta neve, bella, bianca, naturale, fresca, immacolata, che è andata a posarsi su quel cuscino di neve compatta, quasi tutta artificiale, che ha garantito una stagione sciistica stupenda, almeno fino al forzato stop generale dovuto alla pandemia. Con questo non vogliamo entrare in merito ad un’eventuale dibattito tra chi avrebbe voluto far chiudere prima gli impianti, scongiurando forse qualche contatto, e chi invece avrebbe voluto ancora andare avanti con una stagione di per se già fantastica, ma nell’accettare le direttive cerchiamo di proporre una riflessione.

LE PERDITE DELLE STAZIONI SCIISTICHE LOCALI

Da una suggestiva panoramica che spazia dall’ampio parcheggio di Prato Nevoso, percorrendo su tutte le piste del Mondolè Ski fino al lungo rettilineo che costeggia l’altrettanto lungo porticato del centro abitato, si capisce subito tutto. Piazzali vuoti, piste vuote, strada vuota, solo una decina di macchine parcheggiate, le vetture dei residenti chiusi in casa. Attività commerciali chiuse, son restati aperti solo i tre market, il panificio, il tabaccaio e la ferramenta. Il silenzio è sovrano tanto quanto lo è il rimpianto al voler pensare a come sarebbe stato. Neve e sole, l’accoppiata vincente, sarebbe stato ancora bellissimo. Ma così non è e quindi ci sbilanciamo a fare i famosi due conti della serva. Una stagione turistica invernale, dalle nostre parti, normalmente va dai primi di dicembre a fine marzo, poi ogni tanto si riescono ad aprire gli impianti di risalita, e quindi tutto il resto, verso il 15-20 novembre e altre volte si sfora per una o due settimane in aprile. Normalmente, però, una buona stagione è da considerarsi di quattro mesi. Se di questi quattro mesi se ne perde uno, va da se che si perde il 25% sotto il punto di vista temporale che poi, sovente, è lo specchio di quello economico. E’ vero, potrebbe obiettare qualcuno, ci sarebbe anche la stagione estiva, ma sulle alpi piemontesi, a diversità di quelle Valdostane o delle Dolomiti, il gettito turistico estivo è quasi inesistente sul fatturato globale e per alcune categorie, vedi gli impianti di risalita, le scuole di sci e i noleggi, la stagione estiva è realmente pari a zero. Quindi la stagione appena conclusa segna un comodo e realistico -25% su quello che sarebbe potuto essere. Si deduce quindi, che se un operatore turistico deve rinunciare ad un mese del suo lavoro è come se un qualsiasi stipendiato di città rinunciasse a 3 delle proprie mensilità e i calcoli economici, a questo punto, se li può fare chiunque.

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