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2018-08-08
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La consapevolezza delle balle

Confesso. Ho atteso prima di scrivere questo commento, perchè nell’immediatezza dei fatti della scorsa settimana temevo di non essere razionale, lucido e soprattutto informato per esprimere considerazioni. Caratteristiche che chi ha la pretesa di scrivere un editoriale deve avere. Mi riferisco ai noti fatti di cronaca “bollati”, subito dopo essere accaduti, come razzisti, o meglio di matrice razzista, cioè “motivati”da sentimento di odio etnico. Qualche giorno fa ho letto sul social più diffuso del pianeta, il commento di un monregalese su questo argomento: «Le fake news non sono su Facebook, ma sui media». Ha torto e ragione allo stesso tempo, ma dimentica la nozione fondamentale alla base di una differenza sostanziale. Chi scrive su Facebook non necessariamente è un giornalista e quindi non ha il dovere della verifica della notizia e, soprattutto, di scrivere il vero. Chi scrive sui giornali, invece, ha il dovere e la responsabilità di scrivere notizie il più possibile confermate, altrimenti ha intenzione (e per questo è condannabile, sempre) di gabbare il lettore, anche quando parte da un fatto vero e lo presenta volendo influenzare chi legge nel suo giudizio. Che Facebook sia zeppo di notizie non confermate, è come dire che l’acqua bagna. Ne siamo sempre certi, e per questo motivo il “monregalese sociale”ha torto. Ha ragione se intende dire che su questo argomento i media nazionali hanno cavalcato balle e il motivo non può che essere l’appartenenza politica, o peggio, l’adeguamento delle news al pensiero (da diffondere) della parte politica che si intende servire. E questo, per un giornale, per un giornalista, è detestabile. Da tutte le parti: da chi ha gridato al razzista quando un uovo scagliato da un cretino ha colpito l’occhio di un’atleta che ha rischiato di non andare alle Olimpiadi (con i “cinguettii”improvvidi di Renzi) e da chi si è sperticato nella difesa del ministro dell’Interno. Considero provvidenziale la mia indecisione a scriverne nell’immediatezza dei fatti. Tra i contendenti io credo ai carabinieri, cioè a chi indaga con contezza delle cose. Quando i militari hanno cominciato a profilare una scena diversa rispetto al contesto del razzismo, sono stati gli stessi media a fare le figuracce, smascherando la voglia di confermare le proprie idee ad ogni costo: in questo il monregalese social ha ragione. Come uscirne? Il lettore non è stupido (più facile intuire molta stupidità nei social). L’informazione buona bisogna spesso andarsela a cercare col lanternino. Che cos’è che muove il clima che si respira oggi: intolleranza, misura colma, imbarbarimento, esagerazione? Le tre donne colpite prima dell’atleta Daisy Osakue non erano di colore, ed erano tre prostitute. L’episodio in Abruzzo dell’uomo originario del Senagel insultato (“vattene, questo non è l’ufficio del veterinario”) ha un altro tipo di fondatezza. La ragazza di Macerata fatta a pezzi racconta un altro tipo di cronaca da inquadrare ancora in un altro contesto. Insomma, prima di parlare (o scrivere) bisognerebbe fare un respiro e ragionare. Meglio ancora sarebbe verificare, analizzare. Sparare cazzate su Facebook è facile, spesso dietro alla copertura della tastiera o dell’anonimato, ma chi ha la responsabilità di rivolgersi ad un lettore deve considerare anche ciò che accade nelle menti di chi lo legge. Il “Vade retro Salvini", paragone demoniaco che Famiglia Cristiana ha riservato al ministro dell’Interno mi ha sorpreso, mi ha toccato. Come giornalista e come lettore. È una decisione forte da parte dei giornalisti e vorrei scoprire quanto dettata da un’opportunità politica. In un attacco senza precedenti, anche quel titolo, quella posizione esaspera animi, inasprisce i toni del dibattito sull'emergenza immigrazione. Troppo esperti e bravi i giornalisti del settimanale dei Paolini per non immaginare le conseguenze. Onesto, da parte loro, il giorno dopo la pubblicazione, render conto su internet di tutte le reazioni dei lettori, anche quelle contro quella copertina espresse da lettori affezionati. C’è un pericolo: che il lettore perda (se mai almeno un minimo esista) la fiducia nei giornalisti e nei media. A volte pare facciamo a gara per riuscire a deludere il nostro principale referente: chi ci legge e ci compra. L’autocritica non è esattamente una delle virtù dei giornalisti, facile sbagliare perchè si ha sempre meno tempo per verificare e il lettore sgamato è sempre più diffuso. Però, però… il lettore ha un difetto: legge sempre più spesso con superficialità, senza fare quel passo indietro intellettuale che gli fa dire: “Che cosa sto leggendo, chi sto leggendo? Che cosa sto sfogliando su carta o sul web? Perchè questa impostazione dell’articolo?” Ecco la salvezza del lettore: capire il prodotto che si ha per le mani e solo allora cominciare a giudicare (se vuole).

La nostra salvezza, invece, non resta che la professionalità, difficile da raggiungere in toto; facile, invece, la necessità di almeno tendere ad essa. I numeri, i dati, di solito fotografano meglio il contesto in cui si muove una notizia rispetto alle impressioni “a caldo”, “di pancia”. Solo in questo modo potremo valutare se i reati contro gli immigrati sono aumentati o no negli ultimi anni, se un uovo su un viso è una “goliardata” o un segno di intolleranza, se il comportamento di un razzista vero (che è sempre, senza indugi da condannare, indicare ed isolare) è da fornire come notizia certa o meno. Buona lettura: ai lettori e ai giornalisti.

 

Articolo scritto da:
Gianni Scarpace
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