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2018-10-10
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I giudici torinesi non accolgono la richiesta di ergastolo avanzata dalla Procura generale
Omicidio di Paroldo: in Appello confermati

21 anni di carcere alla moglie del pensionato

Assunta Casella continua a proclamarsi innocente. Il difensore: «A 15 anni fu acquistata per 500 mila lire, poi maltrattata per 45 anni»

TORINO – Stessa pena: a due anni dal delitto la condanna di 21 anni e tre mesi di carcere è stata confermata, secondo il giudizio del collegio presieduto da Fabrizio Pasi. La decisione della Corte di Assise di Torino è arrivata, mercoledì mattina, intorno alle 12,30 dopo circa un’ora e mezza di camera di consiglio. Secondo due gradi di giudizio, a Paroldo, la sera del 6 giugno 2016 Assunta Casella, 60 anni, ha ucciso il marito, Severino Viora, pensionato (78 anni) trovato morto nel noccioleto di casa. Non è stata accolta la richiesta fatta dalla Procura generale (Nicoletta Quaglino), cioè l’ergastolo, il massimo della pena prevista dal nostro ordinamento giudiziario.

Confermata in toto la sentenza di primo grado, a Cuneo, quando il giudice aveva scelto di concedere le attenuanti generiche che hanno bilanciato l’aggravante della premeditazione. Hanno escluso invece l’aggravante del «mezzo insidioso» considerando che lo Zolpidem (un sonnifero) usato per sedare la vittima non è stato la causa della morte ma uno stratagemma per poter uccidere l’anziano, morto per soffocamento (l’accusa ha avanzato l’ipotesi dell’uso di un cuscino).

Si sono costituite parte civile (avvocati CInzia Gallo e Maria Ladon) due figlie della Casella e di Viora per cui i giudici hanno stabilito un anticipo (provvisionale) sul risarcimento di 50 mila euro per ciascuna delle figlie. Ventimila euro ciascuno è l’indennizzo stabilito per i nipoti. 

“SONO INNOCENTE”

Nell’aula torinese la donna ha continuato a proclamarsi innocente, anche quando il giudice ha letto il dispositivo della sentenza. Il difensore, l’avvocato Marina Bisconti (dello studio Caprioli, di Torino), nella discussione di stamattina ha sostenuto la tesi del ragionevole dubbio sulla colpevolezza della Casella. In base ad elementi oggettivi, secondo la difesa, le condizioni del cadavere non coinciderebbero con la ricostruzione fatta dall’accusa, sostenendo che l’ipotesi di una morte naturale potrebbe ancora essere una spiegazione. “I luoghi in cui abitavano i Casella erano isolati, ma non disabitati – ha detto l’avvocato Bisconti -. I ragionevoli dubbi sono più di uno”. Di diverso avviso l’accusa che, nelle repliche, ha ribadito la certezza della colpevolezza della donna, aggravata dall’uso del farmaco che lo ha obnubilato. "Fatti di 45 anni fa non la giustificano" ha chiuso il pm, suggestioni le frasi riportate sulle telefonate fatte alle cartomanti per commentare il ritrovamento del cadavere.

VITE DIFFICILI

Una storia che s’inquadra in un contesto difficile, che risale ad oltre 40 anni fa. Verbicaro, provincia di Cosenza, paese con 4000 abitanti, negli Anni Sessanta, contò 113 spose trasferite in Piemonte. A 15 anni, negli Anni Settanta anche Assunta Casella arrivò al nord, a Paroldo. Lei ha raccontato di una vita difficile, in aula molti episodi dell’esistenza di quella coppia sono stati messi a nudo. L'avvocato difensore si è rivolta alla corte raccontando alcuni episodi riferiti dalla Casella: «A 15 anni la mia assistita fu acquistata per 500 mila lire, poi maltrattata per 45 anni». La realtà processuale ha detto che la sua colpevolezza è certa. Almeno fino al secondo grado di giudizio, perchè l’avvocato della difesa (Marina Bisconti) ha già annunciato il ricorso in Cassazione.

I legali di parte civile, dopo la sentenza della Corte di Appello: «I familiari vedono rinnovato il loro dolore per la perdita del congiunto, uomo, padre e nonno buono, che è stato ora ucciso di nuovo nell'onore, nella reputazione e nel ricordo da affermazioni suggestive provenienti dall'imputata sulla cui sincerità, dopo due gradi di giudizio, è legittimo nutrire non pochi dubbi».

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