MENU

È la mancanza dei “riti” ad accrescere il dolore del lutto

INTERVISTA - All’ex medico della Marina e psicoterapeuta che a Mondovì supporta i familiari dei pazienti Covid

CONDIVI QUESTA NOTIZIA:
È la mancanza dei “riti” ad accrescere il dolore del lutto

MONDOVì - Il coronavirus vuol dire dolore, strazio, ricordi e rimpianti, talvolta rimorsi e sensi di colpa con un’ulteriore pena che acuisce la sofferenza. Malati che non hanno avuto il tempo di congedarsi dai loro familiari; sono giunti in ospedale con sintomi più o meno gravi e la diagnosi ha imposto il loro isolamento. Non sono stati possibili neppure l’ultimo saluto alla salma, né il funerale: riti diversi nelle civiltà e nei tempi, ma di importanza fondamentale fin dalle più antiche società. Cosa caratterizza questa nuova forma di dolore? Lo spiega Marco Del Ry, per 25 anni ufficiale medico d'emergenza nei reparti speciali in Marina e poi psicoterapeuta e psicoanalista junghiano. Del Ry sarà per tre settimane in ospedale a Mondovì, dove presterà anche servizio medico in Pronto Soccorso, in virtù delle sue specializzazioni in chirurgia, traumatologia e medicina d’urgenza. È uno dei volontari che hanno aderito al bando della Protezione Civile ed è al lavoro, in ospedale a Mondovì nella Struttura Psicologia e Psicopatologia dello sviluppo (diretta dal dottor Maurizio Arduino), per sostenere i familiari dei pazienti Covid.

Cosa sta succedendo con la pandemia del coronavirus?

“L’immediata chiusura dei corpi nella bara e il divieto di celebrare i funerali, per quanto necessari in questo momento, hanno avuto un impatto umano particolarmente forte, che renderà ancora più traumatico un evento già tale di per sé. Chi resta farà, quindi maggior fatica a raggiungere la fase di accettazione del lutto, in cui si metabolizza la perdita e si comincia a considerare la possibilità di un progetto di vita autonomo, guardando al futuro. Questa pandemia ci ha colti impreparati su più fronti: vivendo in un mondo in cui si dà per scontato che la Scienza domini tutto, l’intera umanità si è sentita impotente”.

Cosa l’ha spinta a prestare aiuto come volontario?

“Ho sentito una vicinanza profonda ai miei colleghi impegnati in prima linea e agli ammalati: non potevano essere lasciati soli! Inoltre, come ex ufficiale delle Forze armate, mi sono sentito in dovere di rispondere ad una chiamata dello Stato”.

Come aiuterà i familiari dei pazienti?

“Li contatterò telefonicamente, unica modalità attualmente possibile. Non siamo mai preparati ad accettare morte e sofferenza e in questo frangente occorre sopperire alla mancanza di rituali e della vicinanza di amici e parenti, che normalmente si uniscono intorno alla famiglia. Penso che il sostegno psicologico, in questa fase, abbia una funzione estremamente importante. La vita ci chiama ad assolvere compiti a cui non vorremmo sottoporci e ai quali non è possibile sottrarsi. Possiamo, però, provare a renderli più sopportabili”.

Il tormentone dell’“Andrà tutto bene” sta accompagnando la pandemia: sarà davvero così o è solo banalità? Qual è il valore collettivo di uno slogan?

“Tutti gli slogan sono banali e sibillini, ma funzionano. Per questo ha dilagato: alimenta la speranza e la psiche esige questo controbilanciamento di fronte a tanto dolore e paura. Jung lo definirebbe un archetipo e in ciò sta la sua potenza. Pur sapendo che non sarà così per tutti, è quindi funzionale per la collettività”.

Ulteriori informazioni sull'edizione cartacea

Edicola digitale

Sfoglia

Abbonati

le più lette

LE ALTRE NOTIZIE

Powered by Gmde srl