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Il 25 aprile al tempo del covid: «Una ricorrenza da non scordare, come altri drammi della storia»

INTERVENTO – La riflessione del monregalese Aldo Rolfi, figlio di Lidia, deportata a Ravensbruck

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Il 25 aprile al tempo del covid: «Una ricorrenza da non scordare, come altri drammi della storia»

Aldo Rolfi

MONDOVÌ – Sarà una Festa della Liberazione diversa da tutte quelle celebrate dalla seconda guerra mondiale ad oggi. Il coronavirus condiziona ogni cosa, anche le commemorazioni che fanno parte della storia repubblicana. Gli scenari cambiano ed ancora di più, oggi, del 25 aprile non possiamo essere che spettatori. Ci sono nuove trincee (gli ospedali), nuovi soldati (medici e infermieri) e una serie di nuove figure che ogni giorno rischiano qualcosa per alleviare la paura della popolazione. Abbiamo pensato di chiedere un intervento al monregalese Aldo Rolfi, figlio di Lidia Beccaria, deportata e sopravvissuta al campo di Ravensbruck. Aldo, lo scorso inverno, è stato al centro delle cronache per la scritta apparsa sulla porta di “Casa Rolfi” «Qui ci sono ebrei», in tedesco, tra l’altro per nulla pertinente perchè la famiglia ebrea non è.

«Cinquanta e cinquanta. Trenta e settanta. Metà di qua e metà di là. Coppi o Bartali? Bruneri o Canella? Mazzola o Rivera? Era rigore o no? Silvio sì o Silvio no (à l'époque)? Lockdown o liberi tutti? Al netto delle (...)

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