MENU

Le voce dei malati covid finalmente negativi: «Grazie Oscar, dal letto n.11: ho riscoperto che cosa vuol dire umanità"

CONDIVI QUESTA NOTIZIA:
Le voce dei malati covid finalmente negativi: «Grazie  Oscar, dal letto n.11: ho riscoperto che cosa vuol dire umanità"

Le testimonianze dirette dei malati di coronavirus: il ricovero, la terapia intensiva, gli altri contagiati intorno visti morire. Oggi che ce l'hanno fatta non possono sopportare chi si lamenta perché costretto a casa. Due settimane fa abbiamo pubblicato la storia di Lina che oggi, ci comunica, con gioia, è negativa (due volte) al tampone ed ha potuto riabbracciare la sua famiglia. I testimoni sentono l’obbligo di parlare affinché si apra gli occhi ancora di più sulla pandemia che investe la vita senza preavviso. Pubblichiamo qui la lettera di di un uomo che abita in un paese del Monregalese: è uscito da pochi giorni dall’ospedale Carle di Cuneo e tornato a casa. Si rivolge all’infermiere Oscar che ha tenuto sveglio il senso di umanità in un periodo molto difficile. Si firma "Letto n.11", numero che ha grande significato per lui. Ecco quale.

“Grazie Oscar e a tutti gli infermieri col cuore d’oro come te»

 «Ciao Oscar, siamo stati insieme molti giorni, ma se ti incontrassi per strada non saprei riconoscerti per salutarti come vorrei. Il tuo viso non l’ho mai visto, avevi sempre il capo coperto, la mascherina, gli occhialoni, lo schermo. Eri vestito con una tuta bianca coperta da sottili grembiuloni verdi che cambiavi ogni volta per entrare nella stanza. Mi chiedevo come tu potessi lavorare così coperto con tre paia di guanti e come potessi camminare con quei copri scarpe da astronauta e immaginavo la tua fatica. Ho saputo che il tuo nome era Oscar perché era scritto con il pennarello sulla tua tuta bianca. Mi sei stato vicino come lo sei stato  ai tanti altri pazienti che, come me,  erano ricoverati per Covid 19 Coronavirus all’Ospedale Carle di Cuneo nel reparto di terapia intensiva. Dopo i primi giorni terribili, dove la malattia mi aveva anche tolto il permesso di pensare, ho cominciato ad osservarti.

Ti distinguevi fra altri infermieri e sanitari per il tuo passo sicuro, per come adempivi a tutte le incombenze del tuo lavoro con capacità e sicurezza, a come ti dedicavi ad istruire le colleghe, reclutate per l’emergenza in altri reparti, che sia pur volenterose, un po’ disorientate si trovavano catapultate  in una situazione così nuova e  surreale per tutti.

Bloccato in un letto fra tubi di respiratori, casco, monitor e flebo, in un momento di così grande dolore e smarrimento e di estrema incertezza e paura, tu non sai come sia stato di conforto per me vederti entrare così sicuro nella camera.

Ad occhi socchiusi ti ho sentito parlare nel nostro bel dialetto ai pazienti dei letti vicini e mi chiedevo da quale zona del cuneese tu venissi, perché noi della Granda parliamo tutti lo stesso dialetto, ma ognuno in modo diverso; forse tu sei di Busca o Caraglio o forse di qualche vallata? Ho capito tuttavia che qualche parola detta bene ad un anziano sofferente nella lingua che lui vuole sentire, poteva veramente scaldare il cuore e dare speranza.

Dal mio letto con il casco fisso e poi con il respiratore, non vedevo quasi nulla. Vedevo soltanto l’armadietto a me riservato posto sul muro di fronte. Su quell’armadietto spiccava a grandi caratteri il numero 11 lo stesso del mio letto.

Non mi sono mai interessato alla numerologia o ai numeri ricorrenti, ne alla cabala napoletana, ma dopo i primi giorni durissimi sentivo che il numero 11 mi voleva dire  qualcosa. Ho aperto tutti i cassetti della mia memoria per cercare un riferimento positivo legato a quel numero e non trovarlo.

Poi un flash: mi sono rivisto ragazzo sugli spalti dell’allora Stadio Comunale di Torino. Era una bella domenica di maggio, era anche l’ultima giornata del campionato di calcio. In campo un ragazzo, all’incirca della mia età di allora, si tuffava a filo del terreno e con un fantastico colpo di testa segnava un gol decisivo, che avrebbe assicurato al Toro lo storico scudetto.

Il suo numero di maglia era 11 il suo nome Paolo Pulici. Da quel momento, guardando il numero sull’armadietto, rivedevo quello stesso numero sulla maglia granata e pensavo a quella  grandissima gioia collettiva, dove tutti sugli spalti, in tribuna o in curva, si abbracciavano con una vicinanza unica, festeggiando insieme una grande gioia comune.

Le mie paure, la mia tristezza allora si facevano più leggere e poi con il passare dei giorni sentivo che anche io avrei potuto vincere il mio personale scudetto, che,  una volta ristabilito, avrei festeggiato con la mia famiglia,  con gli amici e con tutte le persone che erano in trepidazione per me ed anche con tanti altri sconosciuti,  così come in quella lontana domenica di maggio.

Tornato finalmente a casa, proprio ieri ho saputo che il mio ultimo tampone è risultato negativo e seppur ancora debole e spaventato ora ho la consapevolezza di essere guarito.

Grazie a tutti i medici che mi hanno assistito, in primis il mio caro amico Guido, per la loro grande competenza e incredibile dedizione, grazie all’Ospedale Carle e alle sue preziose attrezzature e grazie a te Oscar e a tutti gli Oscar che in questo momento in tutto il mondo lavorano generosamente per il bene di tutti e per darci al più presto di nuovo una grande gioia comune da festeggiare tutti insieme come quel giorno sugli spalti del Comunale».

Letto n.11

Ulteriori informazioni sull'edizione cartacea

Edicola digitale

Sfoglia

Abbonati

le più lette

LE ALTRE NOTIZIE

Powered by Gmde srl