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“Case di appuntamenti”, a processo la banda italo-cinese - Uno dei luoghi di ritrovo era a Mondovì

Martedì mattina la requisitoria del pubblico ministero

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“Case di appuntamenti”, a processo la banda italo-cinese - Uno dei luoghi di ritrovo era a Mondovì

C’erano state, cinque anni fa, 30 perquisizioni, 40 sequestri di abitazione, 18 arresti la liberazione di 60 ragazze cinesi introdotte in Italia per prostituirsi: questi, nel 2015, i numeri del maxi processo nato nel 2014 che ha visto sgominata una banda italo-cinese i cui retroscena si sarebbero rivelati illeciti. Nel procedimento, sono imputati cittadini cinesi e italiani con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Secondo l’accusa, avrebbero gestito un giro di prostituzione che operava in appartamenti o, come definiti, “case di appuntamenti”, non solo in provincia di Cuneo, tra cui Mondovì, ma anche in altre città del Nord Italia, come Vicenza e Mantova, nei quali vi avrebbero lavorato una sessantina di ragazze arrivate all’uopo dalla Cina.

Le indagini, coordinate dal pm Chiara Canepa, avevano portato all’arresto nel giugno 2015 di diciotto persone. Alcune di loro hanno già patteggiato le pene. “Questo processo si snoda su una rete di case di prostituzione e di contatti tra organizzatori in tutto il nord Italia”. Nella requisitoria pronunciata dal pubblico ministero martedì mattina, particolare rilevanza ha avuto l’identificazione delle “donne a capo dell’organizzazione”, intendendo così il ruolo assunto da coloro che si occupavano sia del reclutamento delle ragazze che della gestione dell’attività di prostituzione. Al Collegio è stata demandata la condanna per i 2 italiani che in un appartamento nel centro di Cuneo, avrebbero sfruttato il meretricio della moglie di uno di loro; per un altro italiano che avrebbe favorito “l’attività di capodonna” di una cittadina cinese in un alloggio del capoluogo della Granda e per i 7 imputati cinesi, fra uomini e donne. W.H.X. avrebbe svolto il ruolo di “capo-donna” di una casa di appuntamenti situato in corso Italia a Mondovì. La trentaduenne cinese, consegnando agli inquirenti un taccuino su cui erano annotati numeri telefonici, nomi e cognomi, avrebbe reso più agibile riavvolgere quello che sarebbe stato un vero e proprio filo di Arianna nell’operazione Lussuria Orientale.

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