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20 ANNI FA

Vent'anni fa il G8 di Genova: due interviste per ricordare quei giorni

Al magistrato che ha perseguito per danno erariale i responsabili degli episodi alla caserma di Bolzaneto ed al fotografo che si trovava tra i manifestanti

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20 anni fa il G8 di Genova

Sono passati 20 anni dai fatti del G8 di Genova. Tre giorni che in quell’estate torrida segnarono per sempre la storia recente del nostro Paese e non solo. Dal 20 al 22 luglio milioni di manifestanti sfilarono per la città, che divenne teatro di scontri anche violenti con le forze dell’ordine (a vetrine distrutte e macchine incendiate dai "black bloc" seguirono cariche spesso indiscriminate sui cortei). Venerdì 20 in piazza Alimonda venne ucciso il giovane Carlo Giuliani, di soli 20 anni. Nella notte tra sabato 21 e domenica 22, invece, un blitz all’interno della scuola Diaz provocò un autentico bagno di sangue, senza distinzioni di età, provenienza e professione: anche giornalisti e reporter finirono massacrati dalle manganellate degli agenti (che introdussero all’interno anche due bottiglie molotov sequestrate altrove). Chi riportò le ferite più gravi venne ricoverato in ospedale, per gli altri iniziò una notte da incubo presso la caserma di Bolzaneto. Amnesty International ha definito quella notte “la più grave sospensione dei diritti umani nel mondo occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale”. Abbiamo deciso di ricordare quegli avvenimenti con due interventi.  

 

INTERVISTA/1 - Bogetti: «A Genova la débâcle dello Stato di diritto»

L’ex procuratore regionale della Corte dei Conti di Genova ha perseguito per danno erariale i responsabili degli episodi alla caserma di Bolzaneto

Ha origini cuneesi (i nonni di Saluzzo e Ceva) e ogni estate torna a Montaldo, nella sua casa in frazione Roamarenca. Ermete Bogetti è un magistrato in pensione dal 2016, dopo una lunga carriera come Procuratore della Corte dei Conti. Si è occupato in prima persona del procedimento per danno erariale nei confronti dei responsabili per i fatti di Bolzaneto.

Dottore, ci spiega in cosa è consistita la sua attività?

«Cominciammo ad occuparci dei fatti di quei giorni una volta conclusi i procedimenti penali. I fatti della Diaz e di Bolzaneto sono simili sotto il profilo della sospensione dello Stato di diritto, vi fu il protrarsi ingiustificato di un atteggiamento punitivo da parte degli agenti di Polizia. Quanto a Bolzaneto, la Procura della Repubblica, per discriminare tra chi avesse responsabilità tra i soggetti all’interno della catena di comando e chi no, aveva stabilito il limite della permanenza per 8 ore all’interno della struttura: in pratica, chi vi fosse rimasto per meno tempo avrebbe potuto non accorgersi di nulla. Noi cercammo di andare oltre quello schema, riprendendo le parole del relatore della sentenza penale d’Appello, secondo cui alcuni riscontri obiettivi (urla, odori, macchie di sangue e via dicendo) non potevano non far capire a chiunque vi fosse entrato quanto vi stava accadendo: vessazioni inenarrabili e continuate su persone inermi e private della libertà».

È vera la frase secondo cui, in pratica, “nessuno ha pagato” per quei fatti?

«È un dato di fatto che quasi tutti gli imputati nel procedimento penale furono assolti grazie alla prescrizione e che poterono proseguire la loro carriera senza alcuna ripercussione. Come Corte dei Conti abbiamo provato a punire il danno all’immagine immenso avuto dallo Stato e dai tanti agenti onesti di Polizia, Carabinieri e Polizia penitenziaria, diventati di colpo un “simbolo negativo”. Le parti lese per i fatti di Bolzaneto erano quasi 250, a 150 di loro il nostro Stato sta ancora versando un risarcimento per quanto successo, un danno patrimoniale immenso».

Genova resta un fatto isolato?

«Purtroppo no. Al di là dei recenti fatti al carcere di Santa Maria Capua Vetere, per cui mi auguro che si vada fino in fondo, altre volte nella mia carriera ho assistito ad episodi in cui la Polizia ha utilizzato la forza aldilà di quanto consentito. È quanto constatai occupandomi dei fatti di Venaus del dicembre 2005 (in seguito ai disordini per le manifestazioni no Tav, ndr): anche allora due “spedizioni” di 300 agenti circa se la presero, nella notte, con una sessantina di manifestanti accampati nelle tende. Anche allora avanzai, come procuratore della Corte dei Conti di Torino, una richiesta di risarcimento per i danni all’immagine, prima che la giurisdizione della Corte dei Conti venisse limitata ai soli reati contro la Pubblica Amministrazione. Una cosa, però, ci tengo a dirla: a Torino come a Genova ho conosciuto persone in divisa degne di grande ammirazione, come il generale Tesser dei Carabinieri, un vero uomo delle istituzioni. A Genova fu il comandante della Caserma di Forte San Giuliano, un sito di detenzione provvisoria per l’identificazione e lo smistamento dei fermati durante il G8, chiuso dopo la morte di Giuliani. Con persone come lui a Bolzaneto questa brutta pagina di storia non sarebbe stata scritta».

 

 INTERVISTA/2 - Il viaggio in “opposta direzione” di Pietro Vertamy

Il fotografo ha attraversato anche i nostri Comuni per tornare a Genova 20 anni dopo

Lui si chiama Pietro Vertamy. È un fotografo freelance, nato a Cuneo ma da anni ormai residente a Roma. Vent’anni fa era a Genova, come manifestante. E per puro caso è scampato alla “macelleria” della scuola Diaz. Ora, a 41 anni, ha deciso di ricordare questo ventesimo anniversario con un viaggio particolare. Partito da Boves, ha attraversato in questi giorni i Comuni delle nostre zone (da Pianfei a Monastero Vasco, da Montaldo a Pamparato, da Lisio a Nucetto e Castelnuovo di Ceva) per arrivare dopo metà luglio nel capoluogo ligure. La partenza da Boves non è casuale, perché Vertamy ogni giorno si ferma nei luoghi che raggiunge e legge un brano sulla Resistenza, intesa in senso lato, suggeritogli da qualche “compagno di viaggio”.

Ci spiega il significato di questa iniziativa?

«La mia è un’iniziativa privata, aperta ovviamente a chi vuole unirsi. Si tratta di un gesto quasi romantico per ripetere, 20 anni dopo, lo stesso messaggio: che un altro mondo è possibile rispetto a quello capitalista che in questi anni ha prodotto solo violenza e allargato le diseguaglianze nella società. Sento, come allora, di essere dalla parte giusta, la storia ci ha dato ragione. Il nome “opposta direzione” vuole essere un tributo alla direzione ostinata e contraria che cantava De Andrè».

Cosa ricorda di quei giorni a Genova?

«Innanzitutto, una città fortemente militarizzata. Appena sceso dal treno mi beccai uno schiaffo da un agente. In quei giorni ho visto violenze indiscriminate, anche contro padri di famiglia con il passeggino. La notte di venerdì sera dormii allo stadio Carlini, l’indomani invece avevo in programma di fermarmi alla Diaz, ero agli inizi della mia carriera lavorativa, collaboravo già con un’agenzia di giornale, anche se non avevo la macchina fotografica con me in quei giorni. Mi salvò la telefonata di un collega di Treviso, che ora vive a Napoli: mi disse che loro si erano sistemati un po’ fuori città e insistette perché lo raggiungessi. Alla fine mi convinse, smisi di disfare i bagagli e dopo nemmeno un’ora uscii dalla scuola che quella notte fu martoriata. Quando arriverò a piedi a Genova concluderò il viaggio con una chiamata per ringraziarlo».

Cosa dovrebbe lasciarci quella ferita?

«Penso che si debbano fare passi avanti per la riconoscibilità degli agenti. Non è pensabile che un poliziotto indossi il casco e si senta impunito al punto di poter pestare a sangue chiunque. Questo succede solo nei Paesi non democratici. A Genova, sul marciapiede all’esterno della Diaz, un fotografo inglese, Mark Covell, è stato malmenato da una decina di agenti. Ora ha un’invalidità permanente per la quale gli è stato riconosciuto un risarcimento di 110.000 euro. Gli esecutori materiali di quelle torture non sono mai stati identificati. Nel 2001 aveva poco più di trent’anni, poteva succedere a me se fossi andato là per lavoro». 

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