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Trent’anni, ma con una speranza

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Trent’anni, ma con una speranza

Come sono risuonati, alle vostre orecchie, i discorsi di commemorazione per i 30 anni dell’attentato di Capaci? Ho ascoltato quasi tutto (credo), ho rivisto video, letto interviste e dichiarazioni di questi giorni. Provo un senso di delusione, di straniamento, di tristezza. Perchè sono passati 30 anni, ma “le menti raffinatissime” citate da Falcone sono ancora senza nome. E' ormai chiaro che fu la delegittimazione non mafiosa a cominciare ad uccidere il giudice che violò i santuari bancari. E 57 giorni dopo Capaci, per l’uccisione di Paolo Borsellino, l’alter ego di Falcone arrivato ad un passo dalla verità, non c’è ancora chiarezza parlando ormai in modo chiaro del “più grande depistaggio della storia”. Cosa dobbiamo sentire, allora, con le povere orecchie e le menti di cittadini ignari, se non un senso di tristezza per due uomini che hanno cambiato la storia solo grazie alle loro morti? Eppure la forza bisogna averla ed è nelle parole di Fiammetta Borsellino: «Non possiamo cadere nel disfattismo, con il rischio di cedere alla sfiducia, tradiremmo il senso dell’impegno di mio padre». Perché, aggiunge, la speranza viene dal senso di giustizia e dalla purezza che si riscontra nei giovani. «In loro – scrive Fiammetta – raccolgo il principale insegnamento di mio padre: malgrado tutto considerare lo Stato come amico e non come nemico».

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