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Giuseppe Bertano: «Se penso alla Russia mi vengono ancora i brividi»

Vi riproponiamo un'intervista del 2014 al compianto carrucese, reduce della tragica ritirata del gennaio ‘43

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Giuseppe Bertano: «Se penso alla Russia mi vengono ancora i brividi»

“La Russia ci ha insegnato tante cose, ci ha temprato”. Giuseppe Bertano, carrucese classe 1919 guida ancora la macchina (la patente gli è stata rinnovata fino al 2015), cucina, si prende cura della moglie.

In questi giorni cadeva l’anniversario della tragica ritirata di Russia. Il Gruppo Alpini di Carrù ha commemorato quella tragedia con le cerimonie di alzabandiera e ammainabandiera, a cui il signor Bertano ha partecipato, come ogni anno. È uno degli ultimi due carrucesi reduci di Russia (l’altro è il cav. Domenico Merlatti). Una sua testimonianza è già apparsa nel volume “Russia 1942-43, la parola ai reduci per non dimenticare” (Romano Marengo, 2003). Oggi Giuseppe Bertano ci ha raccontato nuovi particolari della sua esperienza di “Alpino nella neve”.

Signor Bertano, in realtà la guerra per lei cominciò ben prima.

«Noi Alpini abbiamo combattuto contro la Francia nel ’40 (a Valdieri e a Pian del Re). Lì “han fatto presto” (le truppe di Hitler occuparono Parigi in poche settimane, ndr). Successivamente, siamo stati in Albania (ricordo che pioveva sempre, dormivamo sopra le fascine per non bagnarci) e in Jugoslavia. Un posto terribile, con tantissimi partigiani sempre in agguato (se potevano ci “accoppavano subito”). Tenente e sergente si erano dati malati, per la “fifa”».

Ma il peggio doveva ancora venire. Nell’agosto del ’42 la partenza per la Russia.

«Quindici giorni di tradotta. Ricordo che passando in Germania avevamo visto dei prigionieri russi, tutti bagnati, curvi a lavorare. Facevano una pena… Una volta arrivato in Russia, non mi mandarono al fronte, ma dovetti fare un po’ di tutto. Innanzitutto il cuoco, e non ero capace. Ricordo che la prima volta feci cuocere del riso. Era una “schifezza” ma lo mangiarono tutto e buono che era. Ci credo, dopo 15 giorni in treno in cui ci davano solo la “torregiana”, una scatoletta di minestra gialla. Ci trattarono come i cani.

Intanto arrivò l’inverno. Noi eravamo vestiti come gli “zingari”, non come i tedeschi che erano attrezzati con guanti e gambali. I russi attaccarono, e quando la Julia cedette partì la ritirata.

Per fortuna riuscimmo ad uscire dalla sacca senza finire in bocca ai nemici a Waluiki. C’era con noi un tenente russo, che aveva disertato. Conosceva la lingua e i posti, riuscì a capire dov’era meglio passare. Ci aiutò tantissimo. Arrivati a Gomel (attuale Bielorussia, ndr) ci tolsero i pidocchi, prima di farci salire sul treno. Il tenente era alto e biondo, e parlava italiano ma con il suo accento. Il tedesco che “governava” la tradotta si accorse che era russo. Lo presero, e temo davvero che finì in Germania. Chissà se riuscì a salvarsi…». 

Anche per lei, signor Bertano, la guerra non era ancora finita.

«Con il treno ci portarono a Osoppo, in Friuli, per la quarantena. Quindi tornammo “alla base”, a San Michele Mondovì, ma poco dopo ripartimmo per Bolzano (sul fronte italo-austriaco, ndr). Ma arrivò l’8 settembre, l’armistizio, e cominciò un avventuroso viaggio verso casa, cercando di non farsi scoprire dai tedeschi. Passammo da Ponte di Legno, da Sondrio. E ricordo ancora la Cascina Sangalli a Monza, l’accoglienza dei proprietari: ci diedero la polenta con un’acciuga insieme. Ci dissero di fare attenzione, perché erano parecchie le spie donna assoldate per individuare gli “sbandati”. Sul treno da Milano una signorina si avvicinò e ci chiese: “Siete sbandati?”. Io e i miei compagni, sospettosi, negammo. Poi ci raccontò la storia di guerra di suo marito carabiniere, commuovendosi, e capimmo che potevamo fidarci. Controllò che non ci fossero tedeschi, ci aiutò parecchio a tornare a casa».

E una volta a Carrù?

«Subito me ne stavo nascosto nel Castello, dove mia sorella lavorava come giardiniere. C’era il ten. Rizzo, milite delle truppe della Repubblica di Salò, che comandava a Carrù. Spesso faceva uccidere qualche partigiano per strada: li lasciava moribondi a gridare, per far paura alla gente. Un giorno mandò a chiamare tutti i ragazzi tornati dalla guerra: “Se promettete che non andate con i partigiani, vi faccio un foglio e ve ne state a casa”. Io e altri tre amici non ci fidammo. Avevamo ragione, gli altri finirono arruolati nei repubblichini o in Germania. Allora sono scappato da Carrù, e sono rimasto in una cascina a Bene Vagienna, fino alla fine della guerra. Nel ’46 mi sono sposato e da lì in avanti ho sempre lavorato in campagna. Mi è capitato di dover andare a piedi fino a Moncalieri per portare degli animali: era una “passeggiata” per uno che aveva fatto la ritirata di Russia (sorride, ndr)».

Ecco, torniamo proprio alla ritirata: a cosa pensava in quei giorni? C’era qualcosa in particolare che la spingeva ad andare avanti, a non mollare?

«Volevo a tutti i costi scappare dai russi, con l’istinto di tornare a casa. Volevo tornare dalla mia fidanzata, volevo sposarmi (Lina diventerà davvero sua moglie, a guerra finita, ndr). C’era un amico, di Carrù, che spesso si perdeva d’animo. Lui si sarebbe fermato (e sarebbe congelato), io gli facevo forza, lo spingevo ad andare avanti. Fortunatamente prima della ritirata avevo trovato una famiglia russa che, in cambio di un po’ di sale, mi aveva dato i “valenchi” (un tipo di gambali), perché non mi si gelassero i piedi. Guardandoci ci dissero: “Se partite con quelle scarpe, non arrivate”».

Com’era il rapporto con la popolazione?

«Ottimo. La sera, quando avevamo tempo, andavamo addirittura nelle loro isbe. Si ballava anche, tante volte. Con noi italiani non l’avevano “amara”. C’era un rispetto reciproco. Odiavano (ovviamente) i tedeschi, che erano dei gran vigliacchi. Buoni solo per loro. Durante la ritirata spesso ci passavano a fianco con i camion e quasi ci buttavano per terra».

E voi eravate a piedi…

«Per forza. A volte si trovava qualche “cavallino russo” e si attaccava una slitta. Ci dava una mano ad andare avanti. Era ghiaccio e neve, dappertutto, con 35 o 40 gradi sotto zero. Un nevischio fine si attaccava alla faccia: non ci si riconosceva più uno dall’altro».

A distanza di oltre 70 anni, qual è il ricordo di quella tragica esperienza?

«Mi vengono i brividi ancora adesso. Vedere tanti giovani che andavano per terra dal freddo e non poterli aiutare…».

Alpini si resta per sempre?

«Assolutamente sì. Siamo nati Alpini, lo saremo fino alla fine».

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