MENU

Una estate di san Martino anticipata. Godiamone i misteri col sole e col calduccio.

CONDIVI QUESTA NOTIZIA:
tempo cerniera

Sono giornate che, proprio per le difficoltà in atto, possono riconciliare con la natura o -come si diceva un tempo- “con la vita”. Cosa di più bello di una “piccola estate” a fine ottobre e primi di novembre”... I primi assaggi atlantici o polari si sono ormai già fatti sentire, minacciosi. Di cadute termiche già ne abbiamo avute e anche l'ultima pioggia del 26 ha portato neve su quote che già fanno intravvedere bianchetti i rami se non gli aghi dei lontani pini. Il “foliage”, grazie ai primi veri freddi autunnali è in corso ed aumenta ogni giorno di più. Aveva però bisogno di un po' di sole per accendersi in tutta la sua tavolozza di gialli ocra e rossi e la rimonta anticiclonica di martedì è arrivata puntuale per farci godere di queste meraviglie. Qualche ora passata all'aperto grazie ai 16-18 gradi che hanno benedetto il pomeriggio. Il pieno riverbero delle colline, le mitigate ombre dei nostri boschi o le radure in cui con piacere abbiamo raccolto gli ultimi “garoùn roùs” per poi cercare di anticipare i merli nell'assaggio dei primi Cachi. È quella che per tradizione chiamiamo l'estate di san Martino, dedicando queste sortite di un anticiclone che spira su di noi le arie calde subtropicali alla figura mitica di un santo assunto dall'Europa come patrono grazie ai significati arcani che nasconde. Tra tutti ci sono le castagne e il vino. A san Martino le ultime castagne sono lasciate a chi le vuole o ne ha bisogno, come i “rapulìn” delle vigne. Martino è santo di terre da vino. Pensate ad Ormea di cui è patrono. Il nome di Ormea deriva dall'olmo (Ulmeta) che era l'albero di Martino. Perché era sugli olmi che si facevano salire le viti quando il clima cambiò diventando tanto umido da far abbandonare la coltivazione a terra di vite e uve. La vite e l'uva sono le medaglie di Martino. Alla sua festa si assaggia il primo vino novello e la “ciucca 'd san Martìn” era un classico dei nostri paesi -a base di Ormeasco- così come l'iniziazione dei più giovani. Di olmo (ad Ormea ne rimane uno: maestoso ed altissimo) era anche il “bastone” di san Martino, ma popolarmente inteso non soltanto come appoggio per le peregrinazioni del santo ma in senso molto, molto più “popolano”. Più elegantemente, come ci narra Mistral, il “bastone” del santo era identificato con le tre stelle della cintura di Orione, anche se, cambiando Orione con Martino- il suo villano significato popolare cambia di poco. Ormea, città di Martino, come testimonia la sua bella parrocchiale, e anche di tutti i simboli che Martino rivela. A partire dagli Orsi (l'orso veniva popolarmente chiamato dai cugini francesi ma anche in valle: ours Martìn) che vivevano negli anfratti delle coste sul Tanaro e che rivivono oggi nelle maschere degli Abòi che a Carnevale percorrono le frazioni della “Balconata”. Martino era anche il santo dei “cornuti” e quale leggenda come quella del “ponte dei Corni” di Ormea meglio potrebbe confermare questo legame tra santo e vitalità e sarcasmo popolare... Durante la traslazione della salma del Santo la natura -narrano le cronache medioevali- si rinnovò di un abito estivo: i fiori sbocciarono gli alberi ricoperti di foglie si inchinarono alla barca che trasportava il feretro. Bene, noi avremo da qui a domenica lunedì e forse fino mercoledì una settimana di sereno prevalente (tranne qualche nube di passaggio giovedì) con minime rese più basse (5-8 gradi) dalle nebbie mattutine ma massime che si avvicinano ai 18-21 gradi, specie su altipiani e colline aprìche. Togliamoci dalle città rese infìde dal virus e dai menefreghisti e portiamoci là dove la natura e il paesaggio ci confermano di essere ancora vivi. Di corpo e di anima. romano.fulvio@libero.it

Ulteriori informazioni sull'edizione cartacea

Edicola digitale

Sfoglia

Abbonati

le più lette

LE ALTRE NOTIZIE

Powered by Gmde srl