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Tra paura del gelo, speranze di pioggia e allegria della primavera, la Granda nasconde la paura del Covid.

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Torna un "inverno d'antan". Con le sue grosse nevi prima, poi con i suoi geli artici

Dopo l'inverno del ritorno delle nevi al piano, delle gelate (quasi) d'antan sarà la volta di una primavera bizzarra, quella stagione in cui, specie in certi anni,  vediamo il tempo cambiare d'improvviso come fossimo sospesi sui balzi estremi di un “gabbione” del lunapark? Sui social -si sa- ogni giorno a seconda dell'attualità troviamo esperti, “leoni da tastiera” che pontificano, ci mancherebbe, anche sul clima o sul meteo come fossero appena usciti da raffinate scuole di fisica dell'atmosfera di Reading o come avessero la prerogativa di leggere (malamente) e interpretare -loro sì- le carte dei modelli previsionali. E allora diventa quasi divertente -non fosse così irritante- leggere i commenti che sovente accompagnano i cosiddetti “like” in cui troviamo di tutto un po'. Dal sostenitore accanito dell' iper-riscaldamento iper-globale, tanto che se non lo nomini diventi “ispo facto” un negazionista degno della più sputacchiante gogna, questa sì globale. Fino al negazionista puro, quello del “sono tutte balle” organizzate da Soros e dalla Massoneria, passando naturalmente per quelli che: “è tutta colpa delle scie degli aerei... Non crede”?  È per questo, spieghiamo ai nostri lettori, che così spesso noi ricorriamo alla saggezza antica, quella dei detti popolari, perché è una cultura sapienziale che deriva dall'esperienza, dalla prensione fisica, vissuta,  con la realtà quotidiana, mediata ed elaborata poi dal ricordo e dall'intelligenza, nonché anche -sovente-  dall'arguzia. Cosa manca ai nostri “leoni” meteorologi d'assalto? Anzitutto la grammatica, se non addirittura l'ortografia. Intese in senso largo, non accademico o scolastico. Non è aristocrazia il saper mettere i congiuntivi, non è superbia mettere insieme due -dicansi due- proposizioni collegate correttamente. Anzi, potremmo dire che sarebbe autentica “democrazia”. La “consecutio temporum”, ci dicevano al ginnasio e capivamo bene cos'era. Perché leggevamo, leggevamo, leggevamo. E non solo sullo schermo azzurro della tv o dello smartphone, ma leggevano libri, leggevamo i classici così come gli innovatori e sapevamo – tra l'altro- fare una media statistica e capire quando c'è da ridere, da piangere o da incavolarsi. Così, oggi -martedì pomeriggio- mentre siamo in attesa del previsto ennesimo affondo artico che per 48 ore ci farà tornare in un inverno inatteso, pensiamo alla tradizione popolare del “nodo del freddo del cuculo” che meglio di ogni racconto può spiegare quello che sta per succedere. Per consuetudine, si sa, il coucou torna a cantare sulle nostre colline ai primi di aprile quando” viuv o mort 'l coucou a deuv venì”. E proprio in quei giorni la tradizione ci dice che può esserci un ritorno invernale, un nodo del freddo provocato (aggiungiamo) da una colata artica da Nord fino a noi. Ed è quello che sta succedendo dopo le folate di Foehn con temperature minime che mercoledì mattina si avvicinano allo zero o appena sotto per poi scendervi più decisamente sotto giovedì mattina per il completamento dell'invasione artica della nostra atmosfera. Cielo in prevalenza sereno fino a sabato quando dal pomeriggio un contributo umido e caldo proveniente dal Tirreno porterà nuvole a scaricarsi di pioggia sulla Granda assetata. Piogge benvenute ( 20-30-40 mm?) che dureranno fino a lunedì mattina. Ce n'era bisogno dopo più di due mesi di siccità.
romano.fulvio@libero.it

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