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I miti del folklore fanno sperare la pioggia con la Luna di marzo.

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Per Capodanno “il passato non dimentica” e il nostro meteo “fa ginnastica”.

E se provassimo a ripercorre l'appena trascorso inverno con le lenti dei proverbi della meteorologia popolare? Utilizzando quei miti del tempo che ancora oggi affascinano chi non si è fatto troppo prendere dall' infantile superbia di credere all'onnipotenza della tecnologia. La prima nevicata di quest'inverno non è stata come nel 2020/21 nel fatidico giorno di santa Bibiana. Due anni fa era stato fin troppo facile commentare il soffice bianco del 2 dicembre con la previsione di un inverno nevoso. Predizione avveratasi sia a dicembre che a gennaio con un metro complessivo nei due mesi. “Santa Bibiana quaranta dì e 'na smana” vaticinava il folklore meteo e così è stato. Quest'ultimo inverno non ha ripercorso quel sentiero mitico. Intanto perché la neve è scesa , cosa assai rara per la nostra statistica, all'Immacolata dell'8 dicembre e poi perché abbiamo dovuto aspettare fino al 14 febbraio di san Valentino per rivedere in pianura un accenno di fiocchi spolverare le colline e i fondovalle. Un altro mese, e la neve ha ancora cercato di scendere il 14 marzo arrivando però soltanto agli imbocchi di valle. Quest'inverno oltre che siccitoso come quello del 1989/90 è stato caldo quasi come quello del 2019/20, record assoluto. Perlomeno per gli altipiani del cuneese e del monregalese oppure per città come Cuneo e Mondovì piazza o per le colline che svettano sugli umori delle basse campagne godendo invece dei rèfoli del Foehn o del Marìn e delle inversioni termiche. Quest'anno hanno fatto la differenza, più che mai, grazie alla presenza continuativa di anticicloni che hanno sballato le temperature con differenze abissali sia nelle massime che nelle minime. Ma il gioco dei miti riguarda soprattutto quel 2 febbraio, quella Candelora che segue la “notte dell'Orso” e che da sempre è diventata la cartina di tornasole della durata dell'inverno e quindi anche dell'inizio della primavera. Fa un po' strano parlare di fine dell'inverno in quest'anno che è spesso sembrato senza l'inverno. Ma poi, come abbiamo visto nelle ultime tre settimane, marzo ha cominciato a fare quel freddo che avevamo dimenticato. In concomitanza con la guerra putiniana sono state le arie gelide e inquietanti della Russia ad attraversare i Balcani per venire a soffocare sul nascere quella voglia di primavera che ormai, dopo tanti episodici assaggi, si era fatta in noi volontà di entrare nella bella stagione. Marzo, le sue tre prime settimane, più fredde di febbraio: è raro a vedersi. È allora che ci siamo ricordati che l'Orso mitico delle nostre Alpi (che impazzava anche in valle nel carnevale di Fontane, come ebbe modo di raccontarmi Sandro Rulfi) non si era sbagliato nel predire una primavera “vera” in ritardo. Il chiaro che aveva visto in cielo e che lo aveva riportato nel giaciglio invernale era dato dal sole che brillava quel giorno alimentato da un vivace vento di Favonio. Oppure dalla Luna piena o quasi che avrebbe brillato in quella notte (non il 2 ma il 15 febbraio)  secondo il vecchio calendario, quello giuliano prima della riforma del 1582. Insomma, sia l'Orso della Candelora che la tradizione della Pasqua come vero inizio della primavera ci confortano nel pensare che sarà l'arrivo della Luna di marzo del 1° aprile a cambiare il tempo e a portarci ciò che della primavera oggi ci è più necessario. Quella pioggia che ci manca ormai da più di 115 giorni e che per tradizione arriva copiosa ad aprile nella primavera, stagione più piovosa dell'anno. I modelli matematici sono al momento d'accordo con la tradizione nel predire per il 30-31 un primo apporto di acqua dell'Atlantico. Vedremo.
Romano.fulvio@libero.it

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