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Il giardino tra caos e ordine aspetta un po' di pioggia d'agosto.

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Per Capodanno “il passato non dimentica” e il nostro meteo “fa ginnastica”.

Basta allontanarsi dal giardino per due, nemmeno tre settimane per poi -quando torni- non riconoscerlo quasi più. L'avevi messo in conto che in un periodo di siccità così estrema rischiavi molto nell'abbandonare un po' alla sorte ed ai capricci del meteo questo angolo mentale, rifugio, scommessa ed evasione della mente razionale ai confini con il caos naturale. Il giardino è un po' questo, una scappatoia e allo stesso tempo un'impresa in cui si rivelano ansie e fobie di chi lo cura. Da com'è il giardino si intuisce il rapporto tra caos naturale e ordine mentale del padrone. O viceversa. Si intuisce come chi lo ordina pensa di risolvere l'eterno conflitto tra forza naturale e il nostro bisogno di ordine. Di dominio, anche.  Così, ci fanno un po' impressione quegli esasperati tentativi di rendere asettico il giardino, togliendone tutti gli effetti naturali: dalla caduta a terra delle frutta, alla presenza di insetti o animaletti, da quei rifugi naturali di sfalci alle foglie da trasformare in concime. Dai giardini maniacali hanno eliminato i gelsi (sporcano con le bacche “che non mangia più nessuno”...), eliminata la frutta (Poi cade, marcisce e puzza), le pergole e i rampicanti  (ah le foglie di edere e glicini: meglio le pergole nude). Ahinoi, viviamo in tempi di cambi climatici epocali e hanno eliminato anche gli alberi “veri”, quelli lasciati liberi di crescere, con le foglie che cadono quando vogliono loro. Tanto che a volte in questi piccoli mondi che dovrebbero essere verdi non  troviamo nemmeno l'ombra sotto cui ripararci. Quando siamo tornati nel nostro di giardino abbiamo capito la forza che covava e che nella nostra assenza era esplosa, pensiamo proprio perché da sempre lo abbiamo lasciato libero -certo, con giudizio- di fare. I sambuchi esplosi sia in altezza che nei grappoli neri di bacche che abbiamo subito  raccolte, pettinate, cotte e messe in conserva. Pochi barattoli che aggiunti alle bottiglie di spumante fatto con i fiori di due mesi fa ci consentiranno di ricordarne il profumo di terragna fertilità quando fuori pioverà. Perché dovrà pur riprendere -prima o poi- a piovere. Tra giugno e luglio a Mondovì (Istituto Agrario) sono scesi ben 127 millimetri d'acqua. Di cui 21 mm a giugno e ben 69 nel piccolo nubifragio del 27 luglio. Non sono pochi: l'anno scorso nello stesso periodo giugno-luglio ne erano scesi una sessantina, nel 2003 anno della “grande estate”, anch'essa siccitosa, i millimetri erano stati -nei due mesi- 76. Adesso aspettiamo agosto e la cinquantina di millimetri che secondo statistica ci toccherebbero. “Agôst piôvôs, majé vinôs” pensa chi nelle Langhe sa ancora cosa sono i “majé”, i tralci della vite che danno i grappoli dell'anno che -se pioverà un po' ad agosto- promettono una grande e precoce annata. Viva allora i temporali di agosto, purché siano ragionevoli e senza grandine. Lo spera anche il mondo del tartufo, da sempre convinto che siano proprio “i tuoni e le folgori” dei temporali estivi a risvegliare lo Scorzone e il Magnatum Pico dal loro sonno ipogeo sotto i tigli dei viali di Mondovì. Resistiamo a questi cinque giorni ancora “africani”. Tra fine settimana ed inizio della prossima torneranno temperature moderate e qualche pioggia. Ne abbiamo bisogno.
romano.fulvio@libero.it 

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