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“Dantedì”, la lettura critica del Comitato di Mondovì Società Dante Alighieri: Paolo e Francesca

Nel giorno in cui si celebra il sommo poeta, una lettura interessante ai tempi del coronavirus che limita gli spostamenti

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“Dantedì”, la lettura critica del Comitato di Mondovì Società Dante Alighieri: Paolo e Francesca

Nel primo “Dantedì”, proponiamo un’interpretazione critica del Comitato di Mondovì della Società che porta il nome del Sommo Poeta. Il 25 Marzo, data che gli studiosi individuano come inizio del viaggio ultraterreno della Divina Commedia, si celebra per la prima volta la giornata dedicata a Dante Alighieri recentemente istituita dal Governo. Il poeta è il simbolo della cultura e della lingua italiana, ricordarlo insieme è un modo per unire ancora di più il Paese in questo momento difficile, condividendo versi dal fascino senza tempo.

Per invitare alla lettura ma guidata da una versione critica avvalorata da esperti del settore, ci avvaliamo della cortesia della Società “Dante Alighieri” (Comitato di Mondovì) attraverso il responsabile Paolo Lamberti. In questi giorni in cui il piacere della lettura diventa un elemento di bella compagnia, vi proponiamo di seguito il testo curato da Lamberti.

Un’ipotesi di interpretazione

Leggere Paolo e Francesca

 Se oggi qualche lettore ha deciso di aderire alla proposta della Società Dante Alighieri, tramite tutti i suoi Comitati, incluso Mondovì, di leggere le terzine di Francesca (Inf. V, 100-107) in occasione del Dantedì, lo ha fatto riversando i suoi sentimenti nelle parole dantesche. Probabilmente considera il canto come è il più romantico dell’intera Commedia: una lettura non ingiustificata, dato che Dante lo intendeva come una riflessione sull’amor cortese. Ma vorrei, tramite la vastissima letteratura critica, avvicinarlo ai pensieri dell’autore.

Come Lazzaro non offre una goccia d’acqua al ricco Epulone (Luca 16,19), così Dante non può provare compassione per i dannati, sarebbe blasfemo verso la giustizia divina. Dante interroga i dannati per imparare i suoi peccati e mostrarli all’umanità, ma i dannati, dominati dall’odio, non lo aiutano; così ricorre al ricatto, alla minaccia e alla lusinga: quando dice alla nobile Francesca, i tuoi martìri/a lagrimar mi fanno tristo e pio, usa parole che ripete quasi uguali per Ciacco (porco, in toscano) avvoltolato nel fango dei golosi (il tuo affanno/mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita)

Curiosa anche la scelta dei due protagonisti, su cui abbiamo pochissimi dati, che ci parlano di Francesca da Polenta, maritata a Gianni “Ciotto” Malatesta intorno al 1276/82, uccisa intorno al 1283/86. La scelta risale alle esperienze personali di Dante. Ha certamente visto Paolo Malatesta Capitano del Popolo a Firenze nel 1282/3. E dopo il 1307 si trasferisce nel Casentino ospite dei vari rami dei Conti Guidi. Sposa di Aghinolfo dei conti Guidi di Romena era proprio Margherita, figlia di Paolo Malatesta: deve essere lei la fonte di Dante. Questa è una delle ragioni del silenzio di Paolo, è un modo di lasciare nell’ombra la sua figura: già mettere all’Inferno il padre della tua ospite non è gentile, almeno così rimane sullo sfondo. La parola è lasciata a Francesca per la superiorità della donna nell’amor cortese, ma anche perché il canto dei lussuriosi vede come protagonisti figure femminili, secondo la misogina opinione medievale che vedeva le donne incapaci di resistere alla lussuria.

Il legame con la figlia di Paolo chiarisce anche un verso altrimenti poco comprensibile: Caina attende chi a vita ci spense (v. 108). Non ha senso che Gianciotto finisca tra i traditori della famiglia, quando è lui il tradito, e anche ammettendo che sia punito per quello che fino a pochi anni fa in Italia era ancora il “delitto d’onore”, meritevole di assoluzione o al massimo di una mite pena, logica lo porrebbe con gli altri assassini, nel VII cerchio, I girone. Il verso invece lascia trasparire una verità più profonda di quella dell’adulterio: Gianciotto uccide il fratello a tradimento, con il pretesto del (preteso) adulterio, ma lo fa per interesse politico e patrimoniale: il controllo della contea di Ghiaggiolo o Giaggiolo, un feudo sull’appennino forlivese, la cui erede era la moglie di Paolo.

Dante rende naturale anche un passaggio sconcertante: Francesca racconta la sua morte, e, con la stessa indifferenza che gli rimprovererà Ugolino, Dante la ignora e la interroga su un tipico tema del fin’amor, l’origine della passione. Dante costruisce la domanda in funzione di quella risposta che riassume il senso di tutto l’episodio: Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse (v. 137).  I due amanti nel canto sono compresi nella schiera formata dalla categoria tomistica dei praevolentes, ovvero di quanti caddero nel peccato, cui comunque erano proclivi, per una spinta esterna. Spinta che è quella della poesia d’amore, quella che Dante ha praticato sino ad allora. Sono i poeti d’amore a indurre al peccato ed alla dannazione; e se chi legge finisce all’Inferno, chi scrive cosa può meritare? L’amor cortese, e la sua celebrazione nella lirica, sono l’oggetto di un esame che ne rivela gli effetti funesti: il V canto infatti va letto insieme al XXVI del Purgatorio, dove troveremo i modelli del Dante stilnovista, Arnaut Daniel, Guido Guinizelli. Dante stesso proverà nella cornice purgatoriale per l’unica volta la pena delle anime, il fuoco. Non stupisce che il V canto termini con E caddi come corpo morto cade (v. 142). Dante vede non la dannazione di Francesca, ma la sua; corpo morto è quello dei dannati, morti nel corpo e nell’anima.

 

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