LA STANZA DELLE PAROLE SOSPESE
L'illustrazione di Giulia Otta e la scrittrice Monica Bresciano
19/01/2024 - 16:48
L’ALTRA VERITA’
L’irrefrenabile ricerca delle mie origini biologiche mi ha permesso di aggiungere molti tasselli al mosaico della mia vita restituendomi a poco a poco un equilibrio stabile.
In questi ultimi vent’anni, grazie al ritrovamento della mia mamma di pancia, ho potuto conoscere le vicende legate alla mia nascita e al successivo abbandono ricostruendo così, attraverso quella radice, me stessa e la mia identità. E’ stato però con il recente ritrovamento delle mie sorelle da parte paterna, che ho potuto conoscere tutta la verità sulla mia nascita scoprendo di non essere nata da una violenza ma dall’amore.
Questa nuova verità ha sancito il trattato di pace con me stessa e con il mondo portando però ad un’altra lacerazione con la mia mamma biologica. Nonostante le difficoltà di un cammino costellato di ostacoli è fondamentale non desistere, cercare e ancora cercare perché la verità ha tempi lunghi ma raggiungerla rende liberi.
«Oggi la bocca mi duole, il palato è abraso, le gengive infiammate come dopo un’estrazione.
Ho chiuso definitivamente un cerchio che pensavo già chiuso ma che si è riaperto con la forza prepotente delle verità occulte che trovano la via di fuga; non c’è stata altra possibilità che quella di ritornare sui miei passi e affrontare un altro dolore che mi traghettasse in una nuova realtà in cui poter trovare la pace.
Le parole hanno fatto male, la verità ha scardinato anni di certezze e ha ridotto la fiducia in brandelli, nulla si può più ricucire.
Sono andata dalla mia prima madre, colei che mi ha generata, per portarle un messaggio d’amore e di speranza, lo dovevo a me stessa e a lei per ristabilire la pace.
Volevo lei sapesse l’altra verità, quella che lei ha sempre nascosto per proteggersi, volevo si liberasse dalle catene e si ricordasse che chi aveva dinanzi era il frutto di un amore e non di una violenza.
L’incontro è stato devastante.
Non ho lasciato nulla di intentato e ho cercato in tutti i modi di fare breccia nel cuore di mia madre affinché ascoltasse le mie parole; ogni tentativo è stato vano, ogni mia verità mi è rimbalzata addosso impregnata della sua rabbia, carica di un odio immeritato.
Abbiamo camminato insieme, lei davanti a me e io dietro a rincorrerla per poterle dire le parole che mi esplodevano dentro; ero un’altra volta lì ad inseguirla e a chiedere la sua attenzione.
L’ho fatto per anni.
L’ho inseguita tutta la vita, ho cercato un posto nel suo cuore che non ho trovato mai, ora so che non avrebbe mai potuto esserci perché la mia esistenza ha risvegliato i suoi demoni: una vita spesa a rinnegare un amore che avrebbe voluto per sempre, a disprezzare un uomo con il quale, seppur inconsapevolmente, ha ricreato la vita, mio padre.
Ho calcato il suo passo, mi sono posta accanto, mai davanti per fermarla, ma determinata nel non lasciarla andare senza prima averle snocciolato tutta l’altra verità.
Il suo corpo smagrito non le ha impedito di provare a scappare, si sentiva braccata come un ladro ma in quel gioco al massacro il ladro ero io che le stavo rubando la scena e portavo alla luce la realtà degli eventi.
Cercavo l’approvazione della mia verità e provavo per lei una grande compassione.
La maglietta fantasia sui colori del verde pastello e le bermuda chiare avvolgevano il suo corpo smagrito, le clavicole sporgenti disegnavano il confine tra il collo e il torace privo della linea dei seni svuotati dalla magrezza, le braccia scarne ma vigorose nel gesto di respingermi.
Ho sentito il dolore inconscio della neonata uscita dal suo ventre, separata da lei che mi aveva appena partorita, ho sentito freddo nel caldo torrido di un pomeriggio estivo che imperlava la pelle di sudore, il mio corpo nudo gridava la mia esistenza.
Questa volta ho scelto io.
Le sue parole cariche di odio e di rancore, i suoi insulti devastanti come cartucce a pallettoni non hanno fermato il desiderio di continuare a parlarle, le sue minacce non mi hanno intimorita, ho continuato a restare salda nel cuore dentro quella bolla di dolore che rotolava sotto il sole.
Ci siamo spinte oltre il campo sportivo, lei ha estratto dalla borsetta una busta della spesa, l’ha distesa e si è seduta a terra, la schiena appoggiata alla rete a maglie larghe, le gambe tese un po’ divaricate appoggiate sull’erba ingiallita dall’arsura.
Lei scaricava la tensione strappando l'erba a piene mani e io, in piedi davanti a lei, la osservavo in uno stato di calma.
Vicino a lei aveva appoggiato una bottiglietta d’acqua che, in un gesto rabbioso di allontanamento, mi lanciava addosso. Io continuavo a restituirgliela in pace.
In quei movimenti ho rivisto il dolore di anni passati a prendersi e posarsi, il dolore del continuo allontanamento: io a cercarla e lei a respingermi; in quel gesto l’epilogo di un rifiuto alla radice, l’essenza del mio abbandono.
Era un gioco duro, lei lanciava la bottiglia per allontanarmi e io mi avvicinavo ponendogliela accanto come fa un cane che riporta il bastone al suo padrone, fedele fino alla fine, ma in quella partita l’unica padrona ero io, io fedele a me stessa.
Avevo tolto ogni velo, la verità l’aveva denudata, il suo corpo ora era nudo come lo era il mio ricoperto del suo sangue quando sono venuta al mondo, quello stesso sangue che mi scorre dentro e zampilla da ferite riaperte che saranno altre cicatrici di un amore negato.
Un ultimo lancio e la bottiglia è rimasta ai miei piedi.
Mia madre immobile sempre seduta a terra, lo sguardo chino sul mucchietto di erba strappata, tra lei e me schierati tutti i suoi demoni, tra lei e me la mia e la sua verità.
L’ho guardata per un'ultima volta in un tempo di vita senza repliche: il viso affilato, le labbra sottili serrate in un’emozione antica, gli occhi persi chissà dove, sprofondati negli zigomi pronunciati, il suo corpo emaciato privo di ogni sentimento d’amore, le braccia scheletriche appoggiate sulle cosce scarne, le ginocchia ossute, i piedi nudi fuori dai sandali.
Ho provato un’infinita pena per lei.
Questa immagine di solitudine resterà nei miei occhi per sempre, credo sia la stessa solitudine che alla mia nascita le ha impedito di tenermi, ora è il silenzio dopo le parole, tante, anni di parole, un tempo immemore in cui ho sempre solo voluto il mio e il suo bene.
Mi sono voltata, ho aperto le braccia, i palmi delle mani rivolti verso il cielo e ho gridato con quel poco di voce rimasta: “Sono nata dall’amore, dall’amore di mia madre e di mio padre, sono nata dall’amore”.
Sono nata da un amore impossibile, troppo doloroso da ricordare ma è stato amore.
Ho ripercorso la strada polverosa che ci aveva portate lì e sono andata via conservando intatta la gratitudine per aver ricevuto da lei il dono più grande: la vita».
Monica Bresciano
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